Possiamo
trarre informazioni sull'importanza e l'utilizzo del vino
nell'antica Grecia, considerata la prima vera terra del vino,
da uno dei più bei poemi epici che la letteratura ci
abbia mai regalato: l'Odissea di Omero. Secondo
i racconti di quest'ultimo, durante l'arco della giornata
i pasti erano tre: l'ariston, il deiphon e il dorpon.
Il primo, una sorta di colazione, era consumato al mattino
e constava di pane e vino. Il secondo e il terzo, pranzo e
cena, prevedevano abbondante consumo di vino, la cui presenza
nelle mense era, per i Greci, simbolo di un indiscusso prestigio
sociale.
Il vino greco cominciò ad essere esportato, attraverso
il Mediterraneo, già a partire dal 600 a.C. (toccando
anche le coste italiane); Omero, quando parla delle città
di provenienza dei capi Achei, non omette di descriverne i
rigogliosi vigneti. Le viti non si coltivavano a pergola,
ma erano lasciate scorrere sul suolo evitando, con rami e
stuoie, il contatto diretto del frutto con il terreno. A metà
settembre gli uomini e le donne greche si dedicavano alla
vendemmia e, dopo aver riempito di uva le conche di legno
d'acacia o in muratura, procedevano alla pigiatura. Quasi
tutto il mosto era destinato alla vinificazione, fatta eccezione
per una piccola parte utilizzata subito, addizionata all'aceto.
La fermentazione avveniva nei "pithoi", grandi vasi
di terracotta cosparsi all'esterno di resina e di pece e profondamente
interrati, per limitare i danni recati dalla traspirazione.
La filtrazione e il travaso avvenivano dopo sei mesi, e il
vino veniva versato in anfore di terracotta o in otri. Secondo
Esiodo, invece, la vendemmia avveniva all'inizio di
ottobre e l'uva, prima di essere pigiata, veniva esposta al
sole per aumentarne la componente zuccherina e diminuirne
l'umidità.
Un
elemento fondamentale della società greca, e del mondo
antico in generale, era il "simposio"
(syn + pìnein, bere insieme), protagonista anche di
una famosa opera di Platone. I Greci vivevano il consumo del
vino come atto collettivo, scandito da regole proprie ed orientato
verso "una precisa divisione del potere". Grazie
agli scavi archeologici e ai reperti da essi desunti, gli
storici sono riusciti a ricostruire come era disposto ed organizzato
un banchetto greco. Una regola fondamentale del simposio era
che tutti avessero la possibilità di guardarsi ed ascoltarsi.
Solitamente i commensali stavano sdraiati accanto alla tavola:
in Grecia sono in due a giacere su un divano (caratteristica
non condivisa dal mondo romano), detto kline,
tenendo il braccio destro libero, mentre il sinistro è
appoggiato al cuscino sistemato sotto la nuca. Lo
spazio
simposiale greco è essenzialmente maschile: la donna
borghese è assente fino al periodo ellenistico, e il
numero dei convitati deve essere compreso tra tre e nove (le
Grazie e le Muse); sarà solo nel IV secolo che il banchetto
diventerà più ricercato e borghese.
Un matrimonio, una festa familiare o religiosa
potevano essere alcune tra le molteplici occasioni adatte
per un simposio che, rigorosamente, doveva avere inizio all'imbrunire.
Il padrone di casa assegnava i posti agli invitati a seconda
dell'ordine di importanza, mentre del servizio si occupavano
alcuni giovani che miscelavano il vino con l'acqua, lo attingevano
e lo versavano con brocche e mestoli. Consumato il pasto,
una coppa di vino non annacquato veniva passata in cerchio
in modo che ogni commensale potesse berne un sorso e brindare.
A questo primo "brindisi", ne seguivano
altri, secondo una sorta di rituale che prevedeva il lavaggio
delle mani e l'utilizzo di profumi e corone di fiori, mirto
o edera (pianta sacra a Dioniso con la quale si adornavano
le coppe) poste sul capo. Il vino veniva miscelato con acqua
nei crateri (foto in alto a sinistra), dai primi
tre dei quali si facevano altre offerte versando fuori della
coppa del vino. L'offerta del primo cratere era per gli dei
celesti e Zeus Olimpio, la seconda per gli 'spiriti'
degli eroi, la terza per Zeus Salvatore.
Le offerte erano accompagnate dal peana, un antichissimo inno,
cantato da tutti e supportato dal suono dell'aulos.
Il simposio ha, quindi, un'indiscussa componente di sacralità;
bere significa, in questo contesto circondarsi di un'atmosfera
magica. Il vino, per i Greci, è esso stesso divinità,
non solo dono degli dei, infatti è identificato con
Dioniso e, nella cultura romana, con Bacco. Chi brinda insieme
crea una comunità, un thìasos, dalla quale i
malvagi sono esclusi e in cui l'elemento sacrale e divino
è fondamentale. Durante il simposio viene eletto un
simposiarca, una sorta di guida che regola le modalità
del bere dei convitati.
Il
vino degli antichi era molto diverso dal nostro:
si trattava quasi di uno sciroppo d'uva. Per questo era sempre
servito addizionato ad acqua (che doveva essere prevalente),
ma anche perché bere solo il vino era vista come un'usanza
barbara e perché i due elementi insieme erano considerati
sufficientemente ubriacanti. Talvolta si aggiungevano al vino
anche il miele e le resine che lo rendevano
più stabile e, di conseguenza, più adatto alla
conservazione e al trasporto. Mentre si beveva, di solito,
si usava mangiare stuzzichini come frutta, noci, mandorle,
pasticcini, formaggi e miele per evitare i cattivi effetti
del vino. Il simposio non era riservato solo ai vivi, c'era
infatti la convinzione che gli spiriti degli eroi, nel mondo
dei morti, celebrassero banchetti portando sul capo una corona
di fiori.
Sia gli Etruschi che i Romani praticarono banchetti analoghi
a quelli greci: nel mondo etrusco era ancora forte il collegamento
con il mondo dei morti, tanto che nelle tombe dipinte di Tarquinia
sono rappresentate numerose scene conviviali, mentre per i
Romani il banchetto perse, in parte, i connotati rituali o
sacrali.